Da duchessa a schiava!

La relazione con Hanne stava portando i suoi frutti. Durante l’assenza di Lady Elen MadGrave, il mio rapporto con la prima dama era diventato sempre più intimo. Era completamente subordinata a me. Feci in modo che prendesse Luc come suo attendente personale, questo lo avrebbe tolto dai lavori pesanti nei campi. Durante le nostre sessioni notturne mi aveva rivelato molti dei segreti della duchessa: le sue fantasie, le sue paure e la sua infelicità in un matrimonio di convenienza con un uomo che la tradiva continuamente e che la usava per le sue capacità di governo. La situazione era ancora più rosea di quanto mi ero immaginato e avrei avuto del tempo da solo con la duchessa, dato che il duca sarebbe rimasto nella capitale ancora per qualche settimana.

Il giorno che la Lady tornò avevo fatto in modo che trovasse le prove della mia relazione con la sua prima dama. Convocò la poverina nelle sue stanze. Le urla si sentivano in ogni angolo della casa. Dopo di lei sarebbe toccato a me.

Mi convocò nelle sue stanze. Avevo intravisto Hanne che si allontanava in lacrime. Un po’ mi dispiaceva per lei, il Leo di un tempo non avrebbe permesso una cosa simile, ma ero cambiato. Non ero più l’eroe senza macchia che avevano evocato gli incantatori.

Il volto della Lady era nero dalla rabbia, ma non mi avrebbe trattato come Hanne. Era ora di cambiare le carte in tavola. Prima ancora che potesse proferire parola, mi avvinai a lei e le tirai uno schiaffo con il dorso della mano. Le ruppi il labbro. Sanguinava. Il suo volto era un misto di ira, odio e stupore.

         «Non osare mai più trattare Hanne in questo modo!».

La sua faccia cambiò colore. Era di un rosso acceso.

         «Lurido schiavo. Chi ti credi di essere per trattarmi …».

Una altro schiaffo. Dall’altra parte. Prima ancora che potesse finire di parlare.

         «Le cose ora cambieranno. Fin’ora hai fatto come ti pareva, ma non posso più permetterlo. Non è giusto per me, per gli abitanti di questa tenuta e nemmeno per te. So quello di cui hai bisogno e so quello che vuoi. Ti sei sempre circondata di uomini sommessi. Proprio come quel verme che chiami marito. Quella sottospecie di uomo che si fa comandare a bacchetta. Tu desideri qualcuno che comandi te. Un uomo di polso. Ed io sono qui per questo. Ora pulisciti la faccia e seguimi nei sotterranei. E non fiatare.».

L’edificio principale della tenuta aveva un piano completamente interrato. Qui c’erano le cantine, che scendevano per diversi metri sottoterra in stretti tunnel scavati nel tufo, e le prigioni fatte costruire dal duca per punire gli schiavi e i servi disobbedienti. Nell’estremità est c’era una sala, che veniva usata per gli interrogatori. Era piena di oggetti con l’unico scopo di procurare dolore. Eravamo diretti proprio lì. Nel centro della stanza c’era una colonna di pietra, era una delle 36 che sorreggevano la struttura dell’intero edificio. Su un lato c’era un asta di ferro che usciva dal muro e terminava con un collare di ferro. Posizionai la duchessa lì e la bloccai alla colonna, chiudendole il collo in quel collare di metallo ancorato alla struttura portante.

         «Non c’è metodo migliore del dolore per educare qualcuno come te!».

Le legai i capelli in uno chignon e la denudai. Le infilai le sue mutandine in bocca. Faceva fatica a respirare solo dal naso.

         «Hai troppo pelo. A me la fica piace rasata!».

Presi un coltello affilato, lo bagnai in una ciotola d’acqua e la rasai a pelle. Fui attento a non tagliarla, ma la zona era comunque tutta arrosata ed irritata.

         «Ti fa male?».

Con un moto d’orgoglio mi fissò negli occhi con sguardo di sfida e scosse la testa.

         «Vuoi fare la dura? Ti accontento.».

Iniziai a schiaffeggiarle la fica arrosata. Uno, due, tre… al decimo schiaffo lacrimava. La sua amica in mezzo alle gambe era bordeaux e madida di umori.

         «Ti fa male?».

Questa volta con gli occhi bassi fece cenno di sì con la testa.

Sul lato sud della sala c’era un tavolo con delle boccette. Ne presi una, me ne versai un po’ sulla mano e massaggiai la sua passerina. Era una pozione lenitiva fresca. La sensazione del preparato sulla parte dolorante ebbe subito un effetto positivo su di lei. Si era rilassata e godeva del mio trattamento.

         «Il dolore senza il piacere non è nulla!» le dissi.

Le tolsi le mutandine dalla bocca. Ansimava. Cercava di dire qualcosa, ma le parole le morivano sulla lingua, strozzate da gemiti di piacere provocati dal massaggio.

         «E’ questo che hai sempre desiderato non è vero?!».

Si vergognava.

         «Sì!» rispose.

Presi delle mollette di metallo rivestite di cuoio. Le pinzai i capezzoli tra le dite. Li tiravo in modo che diventassero belli lunghi e duri. Un volta pronti, posizionai le mollette su entrambi i capezzoli. Posizionai dei pesetti che le allungavano quelle ciliegie rosse e dure sotto il giogo della gravità.

         «Girati! Fammi vedere il tuo culone!».

Obbedì. Aveva davvero un culo enorme. Giustamente proporzionato con le grosse tette che si ritrovava. Presi un frustino di pelle, come quelli che usavamo per domare gli animali. Iniziai a batterlo sul suo sedere. La carnagione chiarissima della signora si tinse in breve tempo di rosso. Ogni frustata era un gemito di piacere e dolore fusi insieme.

         «Masturbati mentre ti frusto.».

Era uno spettacolo vedere la duchessa che si contorceva dal piacere toccandosi la fica arrosata, mentre godeva del dolore che le mollette sui capezzoli e le frustate sulle natiche le donavano.

In breve tempo venne, gocciolando umori lungo le gambe divaricate.

La liberai da tutti quei giochi di metallo. La presi in braccio e la feci sdraiare su una tavola di legno su cui erano posizionati dei bracciali e delle cavigliere di cuoio. La assicurai al tavolo, braccia aperte e gambe spalancate. Era completamente indifesa. Completamente alla mia mercé. Le misi una striscia di cuoio in bocca da poter mordere.

         «Stai tranquilla quello che accadrà ora non ti farà male!».

Mi allontanai dalla stanza. La duchessa mi seguiva con lo sguardo. Non sapeva cosa le sarebbe accaduto e questo le procurava una certa irrequietudine.

Tornai presto con un barattolo di vetro completamente nero. Non poteva vedere cosa c’era al suo interno.

Quando fui di fianco a lei lo aprii ed estrassi il suo contenuto. La sua faccia rossa e sudata per il trattamento ricevuto sbiancò all’improvviso. Avevo in mano un animale simile ad una sanguisuga. Molto viscido e appiccicoso. Lo tenevo con i guanti. La donna iniziò a dimenarsi, voleva che tenessi quel coso lontano da lei, ma era completamente immobilizzata e non poteva urlare perché aveva il cuoio in bocca. Posizionai l’animale sul suo clitoride. Lady Elen si irrigidì di colpo, come se il minimo movimento avesse potuto ucciderla.

         «Questo simpatico animaletto viscido che hai sul tuo clitoride si chiama Venusta Luci. È una piccola lumaca che vive in ambienti umidi e bui. È completamente innocua, ma ha la curiosa caratteristica di iniziare a vibrare appena esposta alla luce.».

In poco tempo il corpo viscido della lumachina iniziò a tremare, stimolando il clitoride della duchessa. In breve tempo la donna iniziò a sentire il piacere sempre più intenso donatole dall’animaletto che era appiccicato al suo sesso. Avvicinai una candela alla lumachina che aumentò ancora di più i tremori.

Elen mordeva la striscia di cuoio in preda a spasmi di piacere intensissimi. Il suo corpo era bagnato dal sudore e si dimenava talmente tanto che le cinture di pelle le lasciavano i segni sui polsi e sulle caviglie. La sua fica spruzzava getti di umori come fosse una fontana, fino al momento in cui tutto il corpo si fermò di colpo. Aveva perso i sensi. Mi assicurai che non soffocasse con la lingua, poi staccai l’animaletto dal clitoride della Lady e lo rimisi nel barattolo. Aveva fatto il suo lavoro.

Svegliai la duchessa strizzandole in viso una spugna d’acqua fredda.

         «Sei svenuta dal piacere!».

Mentre la slegavo, massaggiavo le zone arrosate dalle cinture con la stessa crema che avevo usato prima e feci lo stesso con i capezzoli e il clitoride. Non parlava. Era sconvolta.

         «Ora tocca a me!».

La presi per i capelli e la veci mettere a quattro zampe per terra. Le misi un collare di cuoio con un guinzaglio. La portai dietro alla colonna dove era immobilizzata. Qui c’era uno specchio. La feci ammirare.    

         «Guarda come sei bella nel posto che ti spetta. Ai miei piedi!».

Si guardò. Alzò lo sguardo verso di me e sorrise.

Mi tolsi i pantaloni e le infilai il mio membro in bocca. Senza ritegno. Iniziai letteralmente a scoparle la bocca e lei si godeva tutto. La saliva colava dalle mie palle sulle sue tette enormi e ben presto venni sulla sua faccia. La feci ammirare ancora una volta allo specchio.

         «Aspetta qui! Verrà Hanne a sistemarti. Da adesso in poi sarai tu la mia schiava!».

Fece cenno di sì, con un sorriso stampato in faccia.

Il mio piano era ormai quasi giunto al termine. Il prossimo punto sarebbe stato quello che mi avrebbe ridato finalmente la libertà e, forse, anche qualcosa di più. Vedere Lady Elen passare da padrona a schiava fu una soddisfazione tale che il solo pensarci mi procura piacere anche a distanza di tempo. Orami ero a un passo dalla libertà.

Nella raccolta:

Un comune ragazzo si ritrova improvvisamente in un mondo fantastico in cui l'uso della magia è centrale. E' uno degli eroi che dovrebbero salvare il mondo da un male profetizzato, ma l'amore per Arianna lo porta ad essere schiavo. Inizia un viaggio di rinascita in cui l'Eroe Caduto, come viene chiamato, prende sempre più le sembianze di un criminale. Un mondo di magia, di affari e di tanto tanto sesso.

Scritto da:

Erotismo e libertà. Sono le cose che cerco e che metto nei miei racconti. Parlare e raccontare di sesso ci aiuta a metterci a nudo e a superare certi limiti che forse non avrebbero nemmeno senso di esistere. Scrivetemi a masterAce1899@gmail.com

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