Obiettivo: 100

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Categoria: Etero
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Introduzione:

Una storia. Due punti di vista. Tu da che parte stai?

Mio papà certe volte sa essere davvero un rompipalle. Non ha mai fatto storie, riuscivo sempre ad ottenere tutto quello che volevo, non so come gli venne in mente, quel ricatto.

La mia vacanza ad Ibiza con le amiche era già tutta programmata, quando se ne uscì con “ci vai solo se ti diplomi con 100”. Ma che vuol dire?! 

Secondo me sperava in cuor suo che non ce l’avrei mai fatta. O forse era un modo per spronarmi a fare sempre meglio. 

Dopotutto, a scuola non andavo male. La mia media era piuttosto alta, e per tutto l’anno sono stata furba abbastanza da non farmi mai beccare a fare cose che avrebbero potuto intaccare la mia condotta. L’unico neo sulla mia pagella era colpa di quel vecchio stronzo del prof di matematica, che sembrava odiarmi a prescindere.

Ho provato in tutti i modi, ho studiato da sola, mi sono esercitata con gli amici più bravi, niente. L’algebra proprio non mi entrava in testa. 

Così un giorno ho deciso di chiedere aiuto proprio allo stronzo. Chissà, speravo che magari avrebbe in qualche modo migliorato il nostro rapporto e di conseguenza i miei voti.

Prof, io ho proprio voglia di migliorare la mia situazione nella sua materia…” gli dissi. “Devo assolutamente diplomarmi con 100, sarebbe disposto a darmi qualche ripetizione? Potrei rimanere qui a scuola un paio d’ore in più, se fosse disponibile…

Mi toccò insistere non poco. Diceva che non si sentiva a suo agio, che avrebbe dovuto chiedere al preside. 

E se invece le voci sul suo conto fossero state vere?

Tra i corridoi si diceva che il prof viveva da solo, dopo che la moglie lo aveva mollato alcuni anni fa. Pare avesse avuto una tresca con una studentessa. 

La cosa mi sembrava assurda, considerando il suo aspetto decisamente poco affascinante. Stiamo parlando di un uomo sui sessant’anni, capelli sul grigio-bianco, barbetta, viso spigoloso, di altezza medio-bassa, direi qualcosa sotto il metro e settanta.

Qualche compagno di classe giurava di averlo visto guardare il culo di alcune di noi.

Comunque, alla fine accettò. Così, un martedì, come concordato, rimasi in classe dopo il suono della campanella a farmi rispiegare le cose che non avevo capito.

Quel giorno indossavo dei pantaloni da tuta grigi abbastanza comodi ed una felpa col cappuccio che mi lasciava scoperto il piercing sull’ombelico piatto. I capelli biondi erano legati in una coda alta dietro la testa.

Ero seduta al banco di fronte alla cattedra, ascoltavo la spiegazione del prof e provavo ad eseguire le esercitazioni che mi dava. Invano.

Ogni tanto alzavo lo sguardo, mentre sommersa tra i pensieri mordicchiavo il tappo della Bic blu, e lo scorgevo a guardare sotto il mio banco. Poi subito distoglieva lo sguardo. All’inizio pensai volesse solo controllare se avevo appunti, invece mi convinsi subito che mi stava guardando le gambe.

‘Sto vecchio porco…Ma hai sessant’anni, cosa guardi?!” pensavo tra me. Ma feci finta di niente.

In realtà ogni tanto cercavo di studiare la situazione, solo per averne conferma, e allora magari aprivo le gambe un po’ di più e cercavo di capire se guardava. E ogni volta guardava.

Alla fine delle due ore lo ringraziai e tornai a casa. Mi sentivo sporca. Violata. Non mi ero mai accorta di quegli sguardi morbosi. Ovviamente dal giorno dopo provai a farci più caso ed effettivamente mi accorsi di quanto fosse sua abitudine guardare i fondoschiena di alcune mie compagne, di quanto i suoi occhi fossero sempre attratti dalle forme dei seni sotto le magliette. 

Fu in quel momento che mi balenò in testa il pensiero che forse avrei potuto sfruttare la cosa a mio vantaggio.

Così iniziai ad indossare gonne, camicette, magliettine attillate senza reggiseno, in modo che i miei capezzolini fossero visibili sotto la stoffa.

I suoi occhi erano attratti come calamite. Stavo ottenendo il risultato che speravo. Ormai della sua materia non me ne fregava più nulla, ero una gatta affamata di voti e lui il topolino con cui giocare.

Lui era goffo, impacciato, ma non riusciva mai a distogliere gli occhi da me. Certe volte mentre ero seduta al banco di fronte a lui, a far finta di risolvere le sue maledette equazioni, spalancavo le gambe in modo che potesse guardarmi sotto la gonna.

Un giorno mi alzai e andai da lui alla cattedra. Restando in piedi posai i gomiti sul suo registro e piagnucolai “ma perché proprio non riesco a farmele entrare dentro…” mentre lo guardavo con occhi da cucciola indifesa e la camicia aperta quel tanto in più da consentirgli di notare i miei capezzoli nudi sotto di essa.

Mi prese il viso dolcemente con una mano ed io abbandonai la testa sulla sua mano. “Ma cosa vuoi, tu, da me…?” mi chiese.

Prof, io vorrei solo diplomarmi con 100… e per farlo mi servono i suoi voti… e sono davvero disposta a tutto, per raggiungere quel cento alla maturità…” gli spiegai con la vocina. 

Tutto tutto…” sussurrai guardandolo in viso.

Mi voltai e tornai al mio banco lasciandolo lì, visibilmente scosso. 

La mattina dopo avevo matematica le ultime due ore. Poi sarei dovuta restare in classe per le ripetizioni. Per tutto il tempo della sua lezione ho giocato a fare la troietta per stuzzicarlo. Ora mi mostravo accaldata, ora mi facevo guardare mentre ciucciavo il tappo della penna, ora mi alzavo cercando di sculettare quel tanto in più. 

Era nelle mie mani e io già pregustavo la mia vacanza. 

Nelle due ore delle ripetizioni private, mi assicurai il primo voto alto. Andai da lui alla cattedra. Mi misi in piedi dal lato corto, sempre piegata ad angolo retto e poggiata sui gomiti. 

Quando hai detto che… insomma… sei disposta a tutto… cosa…” balbettò.

La classe era vuota. La porta socchiusa dava sul corridoio deserto. Con un movimento lento feci camminare due dita sulla cattedra fino a farle scivolare all’altezza della patta dei suoi pantaloni marroni. Lasciai scivolare i polpastrelli su quell’accenno di erezione e mi finsi impressionata con lo sguardo, sebbene non fosse chissà cosa.

Prof… io posso provare a studiare, ma sappiamo entrambi che non otterremo risultati…” gli mormorai piano. “Oppure… posso darle qualcosa in cambio dei suoi voti…” le mie dita slacciarono la sua cintura, sbottonarono e abbassarono la cerniera. 

Il suo respiro si fece affannato, mentre si reggeva forte ai braccioli della sedia. Guardava un po’ me e la mia mano, un po’ di più la porta. 

Io gli afferrai il cazzo mentre con l’altra mano mi reggevo il viso, restando sempre piegata sulla cattedra. Iniziai a segarlo con movimenti lentissimi. 

Per esempio… già questo potrebbe valere un sette?” chiesi come una gattina mentre stringevo appena la mia mano sulla sua cappella nuda.

Ohhh… oh Gesù… Oh Dio…” mugugnava il vecchio porco. “Sette…va bene…

Sorrisi e aumentai il ritmo. “Lo scriviamo sul registro?” gli suggerii. “Così poi si può godere questa bella sborrata…” 

Aveva il respiro affannato, sembrava stesse quasi per avere un infarto. Prende la sua penna con non poche difficoltà e mise un 7 accanto al mio nome. 

Bravo Prof… ora si rilassi…” gli dissi. I movimenti della mia mano divennero sempre più decisi e cadenzati. Lui non riusciva più a stare fermo, non sapeva dove guardare. Ad un tratto sgranò gli occhi e serrò la bocca per esplodere in un orgasmo silenzioso, tutto nella mia mano e sui suoi pantaloni. Io mollai la presa e sorrisi, guardandomi la mano impiastricciata dalla sua sborra. Lui sembrò quasi svenuto, intontito, abbandonato sulla sua sedia.

Ci vediamo domani, Prof?” dissi sorridendo mentre raccattai le mie cose con una mano ed uscii dalla stanza, andando verso i bagni. 

Il mio piano stava andando come speravo. 

Già mi vedevo sulle spiagge di Ibiza.

Note finali:

Continua…

Nella raccolta:

Una storia, due punti di vista. Tu da che parte stai?
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Scritto da:

Sono una ragazza pugliese trapiantata nell’affollata Milano. Molti dei miei racconti sono situazioni realmente accadute, che scrivo perché io stessa possa riviverle. Spero apprezzerete. Twitter: @theslatstur

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