Schiava sessuale

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Francesca percepì la felicità sbocciare nel suo petto quando sentì di nuovo il contatto della lingua di Tommaso con il suo sesso. Non riusciva a capacitarsi quanto fosse bravo quel ragazzo, ma riusciva a capire perché sua cugina passasse le notti a piangere, soprattutto quando sentì la lingua avvolgersi attorno alla sua lumachina, facendola sussultare per una scossa di puro piacere. Il suo amante doveva averla sentita e deciso di portarla all’orgasmo perché la sua lingua aveva cominciato a strofinarsi sul suo clitoride, le dita dentro di sé premere con maggiore forza e l’altra mano si era allungata fino a prenderle un seno e stringerlo.
Francesca era diventata una mente alla deriva in un mare di piacere, sommersa da ondate di puro godimento; lontano, a sud, lampi illuminavano la notte buia, accecandola per qualche istante, poi tutto fu scosso da un maremoto e venne sommersa da un orgasmo che sentì salire impetuoso, violento, inarrestabile. Percepì in qualche modo, in uno spiraglio tra le folgori di piacere che le rendevano incandescente il sesso, Tommaso allontanarsi dal suo inguine quando questo balzò verso l’alto la prima volta, e le grida di piacere di qualcuno le risuonavano nelle orecchie, insieme al suono della rete del letto che cigolava e la struttura in legno che si alzava dal pavimento e poi vi ricadeva quando si contorceva contro la propria volontà, tirando le fasce in seta.
Sentiva il suo petto sollevarsi, i polmoni che si riempivano di aria solo per essere gettata fuori in urla di piacere, e dal suo sesso ruscellare bava come se fosse un rubinetto.
La voce le era diventata roca, la gola secca quando, infine, quel meraviglioso tormento era purtroppo terminato. Grosse stille di sudore le pizzicavano la pelle mentre scivolavano verso il materasso, un caldo che sembrava irradiare la stanza si era impossessato del suo seno e del suo collo. Stava benissimo, come poche volte nella sua vita, o forse mai prima d’allora, ma rispetto a pochi istanti prima le sembrava di soffrire. Nonostante questo, non riusciva a smettere di sorridere.
Sentì Tommaso scivolare accanto a sé, appoggiare le sue labbra sulle proprie e baciarla. La lingua del ragazzo invase presto la sua bocca, facendo l’amore con lei: le sembrò la versione ancora più erotica di quanto le aveva appena praticato alla passera, e quasi più piacevole. Sentiva il sapore della propria fica coprire quello della bocca di lui: aveva sempre avuto un certo disgusto per quello che le usciva dalla passera, quel liquido trasparente che le permetteva di infilarci un cazzo senza spendere soldi per un lubrificante, ma in quel momento, passatole dalla lingua del suo amante, sembrava la cosa più buona al mondo. Il miele non avrebbe potuto competere.
Si chiese se anche il sapore della sborra di Tommaso si sarebbe presentato così delizioso, perché appena l’avrebbe liberata si sarebbe fiondata sulle sue mutande, che aveva visto deformate dal desiderio di possederla. Oh, ma sarebbe stata lei a possedere lui, con la sua bocca, e avrebbe scoperto com’era fatto un vero pompino…
«Ti è piaciuto, Francesca?» domandò il ragazzo, soddisfatto.
Lei volse la testa verso la provenienza della voce. «Sì!» esclamò con tutto l’entusiasmo che potesse trovare nella propria anima. Avrebbe ucciso per averne un altro. Forse il pompino avrebbe anche potuto aspettare se le avesse proposto un’altra di quelle meraviglie con la lingua, ma era certa che non avrebbe perso occasione di ringraziarlo con la bocca, la fica e le sue grosse bocce. «È stato incredibile! Non ho mai goduto così tanto!»
Una voce femminile rispose al posto del ragazzo. «Oh, grazie! Ma ti assicuro che se tu avessi avuto un cazzo in mezzo alle gambe avresti goduto molto di più!» rispose, con tono divertito. «Ma sono certa tu abbia visto il mio video».
Francesca si scoprì allibita nel sentire quella voce. Anzi, il terrore invase la sua anima scostando l’eccitazione che fino ad un attimo prima aveva fatto battere il suo cuore. «Linda?» gridò e in quel momento la maschera che le copriva gli occhi venne sollevata da Tommaso e si trovò davanti proprio la stronzetta bionda.
Era sdraiata su un fianco, davanti a lei, sorridendo. Il viso luccicava per un liquido che le copriva bocca e guance: Francesca non faticò a capire che era la sua bava, e che era stata lei a leccarle la fica.
«Cosa volete farmi?» domandò, spaventata, cercando di liberarsi dalle sue costrizioni. Ma le braccia si mossero libere, e vide con sorpresa che dai suoi polsi pendevano le strisce di seta, non più legate alla testiera del letto. Abbassò lo sguardo e, oltre i suoi grossi seni, vide Tommaso sciogliere i nodi attorno alle caviglie.
«Nulla» rispose lui che, una volta liberata anche l’ultima gamba, si inginocchiò accanto a Linda sul letto, «adesso puoi andare, se vuoi».
La ragazza bionda si sollevò e assunse la stessa posizione di lui. Francesca non l’aveva mai vista senza i suoi vestiti da nerd sfigata, ma dovette ammettere che aveva un corpo piacevole. Le tette, racchiuse in un bel reggiseno color carne con delle lavorazioni in pesca, non poteva competere nemmeno lontanamente con il suo, ma erano perfette per il suo busto stretto e, per qualche motivo, alla ragazza sembrò che fosse un seno felice, amato, a differenza di quello maestoso che pendeva dal suo petto e che era sempre stato solo soggetto a mani che vi si aggrappavano nemmeno fosse un appiglio per non cadere in un abisso senza fine.
Gli occhi, azzurri chiari, brillavano di felicità, soprattutto quando si posavano sul ragazzo, ed i capelli biondi, quasi platinati, erano vaporosi e lunghi fino alle spalle.
Nonostante fosse sempre stata il soggetto degli scherzi più feroci di Francesca, in quel momento avrebbe voluto baciarla di nuovo, leccarle dal viso la propria bava, e poi scoprire come fosse in realtà fare l’amore con una ragazza. Con una ragazza con cui era in debito di un orgasmo, dovette ammettere addolorata.
Ma c’era un piccolo fatto: l’avevano condotta lì con l’inganno e… beh, non esattamente scopata, e, ‘fanculo, le emozioni che le aveva donato erano state incredibili, ma la cosa era sbagliata. Non sapeva se c’era una legge che lo impediva ma, di certo, andava contro le sue, soprattutto quello di farsi toccare da quella stronza di Linda. E il suo ragazzo, perché era evidente che non si erano affatto lasciati, non sembrava essere da meno, visto e considerato che avevano organizzato insieme quella sceneggiata.
Lei li fissò con sguardo duro mentre si slegava i nodi dai polsi con movimenti veloci, convulsi. «E allora che cazzo volete?»
Linda sorrise, rinfacciandole con quella dolce smorfia del viso quanto fosse felice con una precisione che nemmeno mille parole sarebbero bastate per descriverlo. «Sai, la nostra vita sessuale è meravigliosa, ma, considerando i nostri trascorsi, in memoria dei “bei tempi”» e sembrò incapace di trattenere un sogghigno a quelle parole «ogni tanto vorremmo darle quel… tocco in più».
Tommaso abbracciò la biondina, la quale appoggiò la testa sulla spalla di lui. C’erano almeno dieci centimetri di altezza di differenza adesso che erano inginocchiati. Probabilmente, pensò Francesca, in piedi erano il doppio.
Comunque, indifferente ai suoi pensieri, il ragazzo disse: «Cerchiamo un terzo per i nostri rapporti, e abbiamo pensato a te».
La cosa stupì Francesca, ma cercò di non rendere troppo evidente il suo sentirsi frastornata, cercando di coprirlo con l’aggressività. «E quindi cosa farei io? Quando lui è stufo di te, me lo cavalco e lo faccio venire sulle mie bocce?»
Linda rise, ma con un certo garbo, come se avesse sentito una battuta che già conosceva e non volesse apparire maleducata. «Oh, no. Non hai compreso. Vedi, c’è… diciamo, ci sarebbe una scala gerarchica nel nostro gruppo a tre. Io sono la sua tro… la sua principessa» si corresse, lanciando uno sguardo carico d’amore a Tommaso, poi aggiunse, come fosse una confidenza: «Non gli fa piacere che usi certi termini con me stessa… è così dolce. In ogni caso, io sono la principessa, e lui è il mio guerriero. Non sto a spiegarti perché lo consideri in questo modo. Lui mi dà piacere, e io mi prodigo a darne a lui. Tu Francesca, invece, saresti la mia puttana».
La smorfia di indignazione della mora espresse ogni sua opinione al riguardo. «E chi sarebbe la mia, di puttana? Lui?»
«Oh, no» rispose Linda, sempre gioviale. «Assolutamente. Non devi nemmeno pensare di muovere un dito sul mio uomo, se non te lo ordino espressamente io. Il tuo compito sarà quello di darmi piacere: baciarmi, coccolarmi, masturbarmi e leccarmi la fica. Magari anche il culo, ma lo fa già così bene lui…» e baciò con passione il suo uomo. «Ad ogni mio ordine, comunque, tu smetterai ogni tua attività ed eseguirai ogni mio desiderio con precisione e felicità. Ovviamente, fuori di qui non ne parleremo con nessuno, e pretendo non obbedienza o cose simili, ma il semplice rispetto che merito in quanto persona e donna».
Francesca era disgustata dalla proposta, e quei due cazzo di piccioncini continuavano a tubare come dei maledetti al punto tale da aspettarsi che si sarebbero montati da un momento all’altro davanti a lei. Dovette comunque ammettere che la cosa non le avrebbe fatto tutto questo schifo: nonostante quanto stava cercando di far credere, era ancora incredibilmente eccitata, e si sarebbe fatta un ditalino fantastico su loro due che si univano. Se lui baciava così bene e lei leccava una fica con tale maestria, cosa avrebbero potuto fare insieme? Il pensiero le diede il capogiro.
Tornò alla realtà. Non sarebbe rimasta un attimo in più, lì dentro, non con quei due pervertiti. Scese dal letto, afferrò le mutandine sul pavimento e se le infilò. Volle però rimarcare il suo disgusto alla proposta chiedendo lei cosa ci avrebbe guadagnato. Era pronta a coprirli d’insulti ad ogni loro possibile risposta.
Linda sollevò le spalle, come se la cosa le importasse poco. «In realtà a te toccheranno le briciole, non di più. Avrai modo di eccitarti vedendoci amarci e non saremo certo offesi se vorrai darti piacere con le tue stesse dita, oltre ad imparare come fare dell’ottimo sesso. Ti assicuro che la cosa ti tornerà molto utile quando vorrai fare sesso con qualche partner esterno al nostro gruppo perché, grazie alle tue nuove conoscenze, potrai pretendere il meglio da lui. O lei». L’occhiata di fuoco di Francesca sembrò lasciarla indifferente. «Poi, quando ti sarai comportata davvero bene, ti darò il permesso di dare piacere anche a Tommaso: in fondo, anche tu sei bravina a succhiare, mi dicono». L’espressione di rabbia di Francesca crebbe fino a renderle il viso rosso. Si infilò i pantaloncini, lasciando le sue grosse tette visibili fino alla fine, perché potessero vederle e lui si pentisse che non avrebbe mai più vederle o toccarle, e rendersi conto che la colpa sarebbe stata tutta della sua biondina bastarda.
Ma Linda non aveva particolare interesse per due bocce così grosse, evidentemente. «Di tanto in tanto, ovviamente, perorerò la tua “causa” presso Tommaso, pregandolo di concedersi a te. In fondo hai scoperto come bacia e come ci sa fare con le coccole. Immagina di passare un pomeriggio con lui a fare sesso. Io ci sarò, ma ti assicuro che non sarò una spettatrice passiva mentre mi scoperai l’uomo». Le guardò prima il seno e poi l’inguine. «Potremmo anche organizzare una simpatica competizione io e lui, una gara su chi ti succhia le tette o ti lecca la passera meglio» aggiunse con un sorriso, e a Francesca sembrò che non ci fosse un solo grammo di scherno ma solo pura e semplice libido nelle sue parole. «Fare sesso con te sarebbe il premio».
Sentì di nuovo l’utero schiudersi ed una grossa goccia di bava sciogliersi nel tessuto delle mutandine. Avrebbe potuto strizzarle, dannazione, tanto si erano bagnate. Afferrò la maglietta, s’infilò la testa e la abbassò. Il cotone sembrò carta vetrata quando passò sui capezzoli, rigidi e sensibilissimi. Usò il dolore che le salì al volto come una smorfia di disgusto.
«Siete due cazzo di pervertiti» sbottò, riassumendo parte di quello che le vorticava nella mente ancora umida di piacere mentre indossava le scarpe. Raggiunse la porta della camera. «Potete baciarmi il culo».
Si girò avviandosi attraverso il corridoio, sentendo ugualmente i due discutere, con Tommaso che diceva a Linda che le avrebbero dovuto lasciare almeno mezz’ora per pensarci, ma la ragazza rispondeva che non se li meritava. Marianna o Vincenza avrebbero accettato volentieri, al suo posto, riconoscendo l’onore che avrebbero concesso loro. O forse Nadia, la rossa che aveva battuto alla semifinale della gara di pompini e che, il giorno dopo, l’aveva pregata di condividere con lei i segreti che l’avevano fatta vincere. Anzi, le avrebbe chiamate subito e chiesto cosa ne pensassero. Lui però ribatté che almeno venti minuti dovevano lasciarglieli, forse non un minuto in più, ma sarebbe stato corretto concederle il tempo di ragionare sulla loro proposta. In fondo, aggiunse ironico, come si sarebbe comportata lei se una ragazza le avesse proposto la possibilità di spompinare il suo ragazzo, ma avrebbe dovuto pagare in natura.
Mentre Francesca sbatteva la porta d’ingresso della casa di Tommaso sentì la biondina ridacchiare senza capirne il motivo. Ma quello era l’evento meno folle della mattinata, pensò la ragazza, avviandosi fuori dal giardino dal prato falciato di fresco.
Il sole illuminava la periferia di Caregan, ma lei si sentiva come se una tempesta avesse sferzato il suo corpo ma soprattutto la sua anima. Udì le campane della chiesa nei pressi suonare a festa le dieci di mattina, ma quel giorno sarebbe proseguito con ben poca voglia di essere allegra. L’avevano davvero ingannata, quei due stronzi! L’avevano trascinata in casa di Tommaso, dove l’aveva sedotta e portata a letto e… beh, quei baci, cazzo… l’idea che non avrebbe più potuto essere baciata in quel modo le fece stringere lo stomaco e venire la nausea. Dove l’avrebbe trovato un altro capace di darle quelle emozioni? Si infilò le mani nelle tasche dei pantaloncini e si avviò lungo la strada, verso la fermata dell’autobus con la testa incassata tra le spalle.
Ogni passo che la allontanava da quella casa, comunque nemmeno lontanamente paragonabile alla sua villa, le riempiva il cuore di lacrime. Perché quella stronza di Linda non se n’era andata davvero? Lei avrebbe voluto davvero essere tra le braccia di Tommaso.
All’inizio, d’accordo, l’intenzione era di scoparlo e scoprire se fosse davvero così bravo come sosteneva sua cugina ma, cazzo, non si era nemmeno tolto le mutande e già le aveva dato più emozioni e piacere di tutti gli altri ragazzi con cui era andata a letto, e questo senza contare quanto aveva poi fatto quella troietta bionda…
Si fermò davanti alla vetrina dove, all’andata, si era accertata di essere al suo meglio. I capelli neri erano scarmigliati, mostrando che era stata a letto fino a poco prima e non aveva avuto il tempo di pettinarsi. Il sudore che quella incredibile leccata alla sua fica e al continuo stato di eccitazione le avevano causato avevano attaccato le ciocche tra loro e alla fronte. Cazzo, sembrava davvero essere appena uscita da una corsa sotto il sole, o da una scopata spettacolare. Con la differenza, pensò mestamente, che una corsa finisce quando ci si ferma, una scopata di certo non dopo un orgasmo dato con la lingua.
Era stato un cazzo di trailer, tipo quelli dei film che si vedono in televisione per invogliarti ad andare al cinema. O, in quel caso, in un letto.
Si mise una mano in tasca, controllando di avere ancora delle monete per pagare il biglietto del pullman. Le contò, rendendosi conto che erano a malapena sufficienti: si era aspettata di farsi portare a casa da Tommaso, dopo, per presentarlo ai suoi genitori come il suo ragazzo. E invece, continuava ad essere il fidanzato di quella stronza di Linda. La quale voleva quasi farle un piacere condividendolo con lei.
Sedendosi alla panchina della fermata guardò le macchine passare. Ma non le scorgeva nemmeno: l’unica cosa che vedeva era l’immagine di Tommaso che possedeva Linda, facendola gemere di piacere, il suo cazzo che scendeva nella sua fica, e ad ogni colpo bava e sborra affioravano dalle labbra della passera. Poi, quando la stronza era venuta gridando e giaceva stremata sul letto, lui usciva da lei, la scavalcava a destra e lì c’era lei, alta, bella, con le sue grosse tette, nuda nella sua magnificenza, la sua fica che aspettava solo di godere. Tommaso prima la baciava con passione, come aveva fatto quella mattina, poi le leccava le tette, quindi la penetrava. Si vedeva avvinghiata a lui, accanto alla stronza bionda, che ansimava ad ogni colpo, che gridava di piacere quando la faceva venire, Linda che le massaggiava i seni, che le accarezzava la lumachina mentre il cazzo del suo uomo la possedeva…
Francesca si ritrovò con i denti piantati in un labbro, le gambe strette per non ritrovarsi a spruzzare desiderio dalla sua passera nonostante indossasse i pantaloncini. Si rese conto che qualcuno, una vecchia con delle buste della spesa, la guardava con un’espressione strana dall’altra estremità della panchina. Si volse per salutarla con un cenno della testa, ma il movimento dei capezzoli sul tessuto della maglietta fu come strofinarli su una grattugia per il pane.
Il muso blu dell’autobus fece capolino all’angolo della strada, avanzando tra sbuffi e cigolii nella via. La vecchia lanciò uno sguardo disgustato a Francesca, come se si stesse chiedendo cosa avesse assunto o quale problema l’avesse colta, poi si alzò prendendo da una tasca la tessera dell’abbonamento della compagnia di trasporto pubblico, quindi raccolse le due buste bianche con il logo di un supermercato nei pressi.
Come l’anziana guardava Francesca con palese disprezzo, la ragazza osservava il mezzo avvicinarsi con ansia, nemmeno fosse stato guidato dal diavolo, venuto a strapparla dai suoi sogni e dalla felicità. Salire o tornare da quei due pervertiti, si chiese. Mantenere un’autostima e condurre una vita appena passabile, o diventare la loro schiava sessuale e godere come mai aveva potuto immaginare?
La vecchia la fissò con impazienza quando il pullman si fermò, si abbassò di un palmo con un sibilo e la porta automatica si aprì proprio davanti alla ragazza. Lei sentì le monete nella mano, sollevò un piede mettendolo sul predellino che era scivolato fuori da sotto il mezzo per agevolare la salita e con l’altra mano afferrò il corrimano. Poi si sentì stringere il cuore e mancare il fiato, come se, invece di salire una scala, stesse per gettarsi in un burrone. Ora anche il conducente aveva lo sguardo puntato su di lei, e non le fissava le tette, ma la guardava corrucciato, come se questo l’avesse spinta a fare un altro passo, poi un altro ancora ed infine salire sul pullman.
Lei lasciò il corrimano nemmeno si fosse accorta che era un viscido serpente, fece un passo indietro, quasi finendo addosso alla vecchia, e mormorando “no, scusate, no… io…” si voltò e fuggì nella via. La vecchia, alle sue spalle, sbottò qualcosa riguardo al fatto che quando era giovane lei non ci si comportava così villanamente, e probabilmente continuò per un buon paio di minuti lamentandosi della droga, della musica e dei videogiochi che rovinavano i giovani. Francesca, in una situazione differente, le avrebbe riso in faccia, mandandola al diavolo.
Ma Francesca non rispose perché la non sentì: nella sua mente rimbombava come il suono dei tamburi che davano il ritmo ai vogatori sulle galee la parola “presto, presto, presto”. Sentiva il vento sferzarle il viso mentre correva, rifacendo la strada che aveva già percorso due volte quella mattina, sia in una direzione, eccitata e decisa, che nell’altra, eccitata e confusa. Non avrebbe potuto dire se, durante la corsa, ai margini della strada, avesse visto una rapina, un elefante in equilibrio su una palla o degli alieni che facevano l’autostop davanti ad un ufo fumante e piantato per metà nel prato di un giardino: le uniche cose che vedeva erano un marciapiede senza fine davanti a lei e la casa del desiderio che doveva raggiungere entro… quanto? Avrebbe fatto ancora in tempo?
Giunse in vista della via laterale in cui sorgeva l’abitazione di Tommaso che ansimava ancora più di quando era impossibilitata a vedere e muoversi e Linda le aveva dato il migliore orgasmo della sua vita; il fegato, o il pancreas, o quel diavolo che c’era lì, le doleva come mai prima di allora. Afferrò con una mano il palo di un cartello stradale che imponeva lo stop in un incrocio, facendo cadere le monete che ancora stringeva nell’altra, e lo usò per curvare senza fermarsi e lanciarsi davanti al giardino. Solo allora si fermò di colpo, incespicando e rischiando di cadere, e tornò indietro di qualche passo, infilandosi nel vialetto in pietra.
La porta di casa si aprì e comparve Tommaso quando lei era ancora a metà del prato dall’erba rasata. Indossava i suoi pantaloni, ma era ancora a petto nudo. La guardò, con l’espressione di chi sapeva con certezza che sarebbe accaduto un evento, poi lanciò un’occhiata allo schermo del telefono che estrasse da una tasca dei jeans. Sollevò un sopracciglio. «Mhmm… sei in ritardo di un minuto» constatò.
Francesca ebbe un tuffo al cuore a quelle parole. Il fegato, o qualsiasi cosa fosse, sembrò essere stato azzannato da un carnivoro.
Linda si avvicinò al fidanzato, sbucando da un lato della porta, cingendolo alla vita. La ragazza era ancora vestita solo con l’intimo color carne con i ricami pesca. Il viso era pulito, e Francesca non si sarebbe stupita nello scoprire che era stato Tommaso a nettarla con la lingua, tra un bacio e l’altro. L’espressione che le mostrò fu di delusione, ma poi sembrò accettare la situazione. «Va bene, dai. Da come sei sudata è evidente quanto lo vuoi fare. Ma devi pagare quel ritardo: voglio che ti inginocchi davanti al mio uomo e mi mostri come avresti voluto battermi alla finale della gara di pompini».
Tommaso la baciò sulla nuca. «Grazie, mia gioia» le disse. «Ma non metto il cazzo nella bocca della prima che passa, anche perché ho la tua e il mio uccello ci sta come un pascià».
Questa volta fu Linda a protendersi verso di lui e ad appoggiare le labbra sull’angolo della sua mascella.
«Facciamo così, Francesca» le disse. «Tu restituisci il favore a Linda e, giudicando i suoi gemiti di piacere, deciderò se vale la pena tirarlo fuori dalle mutande o telefonare a Vincenza o a Marianna. E comunque mi sembra di averti promesso che ti avrei leccato il buco del culo, e non voglio che si dica in giro che non mantengo la parola. Ovvio, se la cosa non ti dispiace», aggiunse con un sorriso discreto.
Linda annuì soddisfatta a quelle parole, si sciolse dall’abbraccio con Tommaso e si girò, incamminandosi verso l’interno della casa, sculettando visibilmente. Francesca non poté distogliere lo sguardo da quelle due chiappe che deformavano il tessuto delle mutandine, come se la stessero incitando a seguirla. Poi la biondina si voltò verso di lei e le fece un cenno con il capo. «Beh, andiamo»?
Francesca aveva capito che quella era una trappola, la vendetta di Linda per come l’aveva trattata per anni, e il suo ragazzo la stava aiutando, il tutto per trasformarla nella sua schiava sessuale, per strapparle l’autostima e renderla dipendente del loro amore. Probabilmente la scenetta sulla porta era stata provava e migliorata più volte, studiata fino all’ultima parola, fino all’ultima espressione del viso.
Ma lei voleva essere la loro schiava sessuale, voleva di nuovo godere come e più di quella mattina, e non avrebbe permesso a quelle troie di Vincenza e Marianna di rubare il suo posto nel letto di Linda e Tommaso.
Corse loro incontro, morendo dalla voglia di scoprire come fosse farsi leccare il culo e magari rivivere le emozioni che l’avevano travolta fino a pochi attimi prima.
Il ragazzo le diede una pacca su una chiappa quando le passò accanto. «Sono felice che tu voglia essere dei nostri, Francesca. Ti confesso che non vedo l’ora di scoprire che sapore tu abbia davanti e dietro» le disse.
La ragazza riuscì a stento a trattenere le lacrime negli occhi, ma impedirsi di bagnare le mutandine fu una battaglia che non provò nemmeno a combattere.

FINE

Nella raccolta:

Sequel di "Linda la nerd".
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Scritto da:

Sedicente autore di racconti erotico, in realtà erotomane con la passione della scrittura creativa. Per contattarmi, critiche, lasciarmi un saluto o richiedere il racconto in PDF, i miei contatti sono: 📧 william.kasanova@hotmail.com 📱 https://t.me/WilliamKasanova

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